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La ripartenza digitale delle imprese dell’Arco giurassiano

Muriel Raemy

La resilienza economica rappresenta uno degli elementi fondamentali del progetto «Digital Arc Hub», una missione più che mai d’attualità in questi tempi di pandemia. Sostenuto nel quadro del programma d’attuazione intercantonale NPR dell’Arco giurassiano, il progetto mira a sviluppare uno strumento diagnostico che consenta alle pmi di valutare la propria maturità digitale. Le imprese potranno così disporre di una piattaforma informatica per analizzare il proprio grado di maturità in base alle loro dimensioni e al settore di attività, oltre che di aiuti mirati per pianificare gli obiettivi e realizzare la trasformazione digitale.

«Il clima di incertezza legato alla pandemia di coronavirus e le capacità di adattamento necessarie per far fronte al succedersi degli eventi hanno rivelato alle imprese l’importanza della digitalizzazione». Maxime Marteil è responsabile di progetto presso l’associazione arcjurassien.ch, che gestisce e coordina il programma intercantonale NPR Arc jurassien. A suo avviso, la missione del Digital Arc Hub, ossia accompagnare l’innovazione sul territorio, ha assunto un senso del tutto nuovo da quando è esplosa la crisi sanitaria: per il momento, le imprese che hanno portato avanti lo sviluppo del proprio ambiente digitale se la cavano meglio delle altre. «Una certa curiosità per la trasformazione digitale non basta più. Le strutture economiche devono obbligatoriamente posizionarsi: ne va della loro sopravvivenza a più o meno breve termine».

Malgrado le imprese siano coscienti dell’opportunità, il tema può sembrare piuttosto vago: Quali obiettivi vanno fissati? Con quali tempistiche? Per ottenere quali risultati? E, soprattutto, da dove cominciare?

Uno strumento diagnostico
Questi interrogativi hanno portato, a fine 2018, alla creazione del Digital Arc Hub sotto forma di partenariato pubblico-privato. Il progetto coinvolge numerosi attori economici dei Cantoni Giura e Neuchâtel, del Giura bernese e del Nord vodese, interessati a misurare la maturità digitale delle imprese che formano un tessuto industriale specifico. «Avevamo bisogno di uno strumento pratico che permettesse loro di fare un’autovalutazione», spiega Maria Sokhn, professoressa all’Alta scuola di gestione Arc (heg Arc) alla quale è affidato il progetto. Un gruppo di lavoro composto da esperti e imprese pilota ha dunque studiato la letteratura in materia e affinato i diversi modelli fino a ottenere uno strumento di autodiagnosi, oggi in fase di aggiustamento. «L’abbiamo concepito per l’impiego più ampio possibile, assicurandoci che fosse adatto a tutti i settori di attività e alle imprese di ogni dimensione». Il questionario copre attualmente 26 aspetti, che passano in rassegna i processi interni, l’esperienza cliente e la strategia relativa al modello d’affari. «L’abbiamo messo a dispo­sizione di un centinaio d’imprese a fine novembre», precisa soddisfatta Maria Sokhn. La raccolta dei dati è iniziata da poco.

Merlyde Berisha, informatica, e il suo capo Michel Perrin nella sede dell’azienda di software Uditis a Peseux (NE)
© regiosuisse

Ottimizzare le prestazioni
In pochi clic, le imprese ottengono un punteggio globale e un voto per ciascuna delle dimensioni valutate. Lo scopo? «Accertare la situazione di partenza: in quali ambiti le prestazioni sono migliori? Dove ci sono lacune? A partire da questa presa di coscienza, si delinea un orizzonte da raggiungere», spiega Thierry Linder, socio e dirigente di uditis SA, una società specializzata nei sistemi informativi, che aggiunge: «Nella pratica, mi imbatto nella sindrome della pagina bianca – con il titolare paralizzato di fronte all’ampiezza del compito — oppure, al contrario, nell’effetto «fuoco d’artificio», in cui più progetti avviati simultaneamente diventano troppo pesanti da gestire. Il lancio di un ciclo di riflessione grazie a questo strumento si rivelerà estremamente efficace».

Il programma entrerà allora nella seconda fase, ovvero il cuore del Digital Arc Hub: accompagnare le imprese nell’attuazione della loro trasformazione digitale. Saranno per esempio organizzati servizi di coaching da affidare a professionisti esterni e conclusi partenariati con istituzioni universitarie per la ricerca e lo sviluppo di un’innovazione tecnologica. «Questa fase sarà adattata alle esigenze, ai mezzi e alle aspirazioni di ciascuno. Non bisogna dimenticare che stiamo parlando di processi di lunga durata. Non si tratta di una decisione che un’impresa prende una volta per tutte, ma di uno sforzo permanente», sottolinea Thierry Linder.

Srinagar Gunasekaram, primo utilizzatore del software sviluppato dal Digital Arc Hub, ella cucina del ristorante «Paprika» © regiosuisse

Cartografia settoriale e regionale
L’ultima parte del progetto Digital Arc Hub prenderà il via quando lo strumento di autodiagnosi avrà fornito i suoi primi dati. Una volta aggregati, questi serviranno infatti a realizzare una cartografia della maturità digitale a livello dell’Arco giurassiano: per settore, competenza, profilo d’impresa ecc. Florian Németi, direttore della Camera di commercio e dell’industria di Neuchâtel, si compiace dell’atout rappresentato da questo modulo di trattamento dei dati: «La possibilità di fare raffronti e di avere un’idea delle strategie intraprese dalla concorrenza rappresenta un grande vantaggio per le singole imprese e, in definitiva, per l’intera regione».

Il team di Digital Arc Hub aspira, a termine, a creare un osservatorio della maturità digitale. La cartografia consentirà in effetti alle associazioni economiche e ai decisori politici di visualizzare, tra l’altro, la ripartizione generale delle imprese, i settori maggiormente avanzati e la maturità digitale per regione. «Questo strumento indicherà loro le leve necessarie per l’implementazione di politiche pubbliche mirate: orientare i dirigenti delle organizzazioni impegnate su questo fronte, colmare lacune in fatto di formazione o anche istituire scambi di buone pratiche, al fine di generare resilienza per e con le imprese dell’Arco giurassiano», conclude Maxime Marteil.

La posta in gioco è considerevole. Le difficoltà in cui è caduto il commercio mondiale a seguito della crisi coronavirus pesano sull’economia dell’Arco giurassiano più che nel resto della Svizzera romanda. Il pil della regione è infatti strettamente legato a settori estremamente sensibili al contesto internazionale come quello della meccanica, degli strumenti di precisione e, naturalmente, dell’orologeria. «Molte imprese vivono alla giornata e nell’angoscia. Non hanno risorse sufficienti per pensare alla trasformazione digitale. Questi impulsi sono quindi essenziali. Il fatto di sapere di essere innovativi determina un effetto traino per la regione, senza dover necessariamente guardare alla Silicon Valley!», esclama Florian Németi. Lo slancio impresso dal Digital Arc Hub sarà ulteriormente rafforzato dal primo «Innovation Tour», un’iniziativa di networking tra i diversi poli di competenza della regione che prenderà il via nel 2021.

arcjurassien.ch – regiosuisse.ch/npr-it – digitalarchub.ch – «Digital Arc Hub» nella banca dati dei progetti di regiosuisse.ch

Altri articoli

Coronavirus, prova di forza per le regioni

Pirmin Schilliger & Urs Steiger
L’emergenza Covid-19 ha scatenato una grave crisi globale che, lungi dall’essere alle nostre spalle, affligge tutti i settori economici e gli aspetti della vita, in primo luogo l’assistenza sanitaria. In Svizzera, a trovarsi in particolari difficoltà sono il comparto turistico e l’industria orologiera, che costituiscono la spina dorsale dell’economia di diverse regioni rurali e di montagna. Molte di queste sono confrontate a una dura prova dall’esito incerto.
© regiosuisse

Il lockdown imposto a metà marzo ha avuto ripercussioni traumatiche sul turismo. Nell’intera Svizzera, i pernottamenti sono crollati praticamente da un giorno all’altro: -62 per cento in marzo, -80 per cento in aprile e -78 per cento in maggio rispetto ai corrispondenti periodi dell’anno precedente. A giugno, a seguito dell’allentamento delle restrizioni, i dati sono leggermente migliorati e, pur facendo segnare ancora un -62 per cento rispetto al 2019, hanno ritrovato il livello del mese di marzo. A disertare in massa le destinazioni turistiche svizzere non sono stati solo gli ospiti stranieri, ma anche quelli residenti in Svizzera. In luglio e agosto, l’occupazione alberghiera ha dato segni di ripresa: secondo l’Ufficio federale di statistica (UST) nei due mesi estivi la variazione dei pernottamenti ha oscillato, in media, tra il -26 e il -28 per cento.

Vacanze (quasi obbligatoriamente) in Svizzera

Le differenze tra una regione e l’altra sono tuttavia considerevoli. Alcune hanno tratto vantaggio dal fatto che gli svizzeri hanno in genere rinunciato a recarsi all’estero e scelto di trascorrere le vacanze nelle località montane svizzere. In Val Poschiavo, ad esempio, gli alberghi hanno rapidamente annunciato il tutto esaurito. Nel mese di luglio, nel distretto di Surselva i pernottamenti sono aumentati del 40 per cento rispetto all’anno precedente, nella Bassa Engadina del 43 per cento e in Val Bregaglia addirittura del 53 per cento. In queste destinazioni la ripresa è proseguita per tutta la stagione estiva fino all’autunno. Tuttavia, anche nelle regioni che hanno fatto registrare un boom di presenze, non tutti hanno motivo di soddisfazione. «Penso soprattutto ai ristoratori, che durante il lockdown sono stati costretti a sospendere del tutto la propria attività e che in seguito, in ragione delle misure di protezione, hanno dovuto fare i conti con importanti restrizioni», spiega Martina Schlapbach, operatrice dello sviluppo regionale della Regiun Engiadina Bassa/Val Müstair.

Anche in Appenzello, Ticino e certe regioni del Giura, il numero di pernottamenti registrato in estate ha superato nettamente quello dello stesso periodo dell’anno precedente. Nella destinazione Saignelégier-Le Noirmont i pernottamenti sono quasi raddoppiati. Alcuni siti come la Vallemaggia o la Val Verzasca e la piscina di Porrentruy sono stati letteralmente presi d’assalto nei giorni di bel tempo. L’Appenzello ha faticato a tenere testa all’invasione di escursionisti provenienti da ogni angolo della Svizzera, che ha provocato situazioni sulle quali i media non hanno esitato a puntare il dito. Andreas Frey, responsabile di Appenzellerland Tourismus AR, relativizza e non vuole assolutamente sentir parlare di «overturismo»: «Nei giorni di picco abbiamo cercato di dirigere i gruppi di escursionisti verso percorsi meno battuti e penso che ci siamo riusciti».

Non possono lamentarsi nemmeno i locatori di appartamenti di vacanza. Le abitazioni in luoghi isolati sono state quelle maggiormente richieste. In ottobre, ad esempio, quando in altre regioni il picco estivo era ormai un lontano ricordo, sulla piattaforma di Grigioni Turismo, che propone circa 3000 oggetti in locazione in dieci diverse destinazioni, le prenotazioni risultavano superiori di oltre il 70 per cento rispetto all’anno precedente.

Nuvole scure all’orizzonte per il turismo urbano

In campo turistico, le grandi perdenti sono state senza dubbio le città. Gli ospiti internazionali hanno disertato i centri urbani e il turismo d’affari e congressuale ha subito una paralisi pressoché totale. Zurigo (-77%), Ginevra (-75%), Lucerna (-66%), Basilea (-63%) e Berna (-59%) sono state le destinazioni che nei mesi estivi hanno maggiormente perso in termini di pernottamenti. Dopo un lieve miglioramento nei primi giorni di autunno, in ottobre la situazione è tornata a farsi critica e grosse nuvole scure si sono nuovamente addensate all’orizzonte. Secondo un’indagine condotta da Hotelleriesuisse, due terzi degli alberghi dei centri urbani si apprestano a licenziare il loro personale e molti di quelli più grandi rischiano di fallire.

Oltre alle città, anche le regioni di montagna fortemente orientate al turismo internazionale, in particolare in provenienza dall’Asia, risentono fortemente della crisi. Tra queste figura ad esempio la destinazione Engelberg/Titlis. Nei mesi estivi, il fatturato delle Titlis Bergbahnen si è ridotto del 20-30 per cento rispetto all’anno precedente. Pur avendo immediatamente reagito con rigorose misure di riduzione dei costi, il direttore Norbert Patt è stato nel frattempo costretto ad annunciare un taglio di posti di lavoro. Anche la ferrovia della Jungfrau, i cui clienti provenivano per il 70 per cento dall’Asia, ha sofferto il crollo improvviso del turismo internazionale. I responsabili marketing della società hanno cercato di porre rapidamente rimedio alla situazione con iniziative come lo «Jungfrau Corona Pass», che consente di accedere in modo illimitato all’intera rete di trasporti della regione. Nel giro di pochissimo tempo, la proporzione si è invertita e il 95 per cento dei visitatori dello Jungfraujoch provengono ora dalla Svizzera. A differenza dei turisti asiatici, questi spendono però in media meno e la loro presenza è fortemente condizionata dalla meteo.

Tra le destinazioni e gli alberghi che se la sono cavata meglio nell’Oberland bernese vanno annoverati, come nella maggior parte delle regioni svizzere, quelli che puntano soprattutto al mercato interno o europeo. «Hanno tratto particolare beneficio i campeggi, come anche la sottoregione di Haslital-Brienz, tradizionalmente meno orientata al turismo internazionale», sottolinea Stefan Schweizer, direttore della Conferenza regionale Oberland Ost. Nonostante gli spiragli apertisi in estate, anche nell’Oberland bernese il bilancio turistico resta nel complesso negativo. Nella regione di Interlaken, una destinazione a vocazione principalmente internazionale, in luglio i pernottamenti si sono ad esempio dimezzati, malgrado un aumento del 192 per cento degli ospiti provenienti dalla Svizzera. Situazione analoga anche per altre località famose come Wengen, Davos nei Grigioni o diverse destinazioni in Vallese, prima fra tutte Zermatt.

Appenzell © regiosuisse

I brutti ricordi del Giura

L’industria orologiera sta al Giura come il turismo alla maggior parte delle regioni di montagna svizzere e, proprio come quest’ultimo, è stata duramente colpita dalla crisi provocata dal coronavirus. Nel secondo trimestre del 2020, il fatturato dell’industria orologiera si è ridotto del 35 per cento. Anche se nel terzo trimestre il settore ha dato segni di ripresa, la Federazione dell’industria orologiera svizzera prevede che l’esercizio si chiuderà con un calo compreso tra il 25 e il 30 per cento. Nei primi dieci mesi dell’anno, le esportazioni di orologi si sono contratte di oltre un terzo rispetto al 2019.

Nelle cosiddette «città orologiere» dell’Arco giurassiano, la situazione evoca brutti ricordi. Anche se, a seguito della crisi attraversata dal settore negli anni ‘70, città come Le Locle hanno diversificato la propria struttura economica, la dipendenza di molte località dall’industria orologiera resta marcata. Emblematico è il caso della Vallée de Joux: nella parte alta della valle, al confine con la Francia, vivono 7000 persone e vi sono 8000 posti di lavoro, legati in stragrande maggioranza all’orologeria. «La pandemia di coronavirus ci ha colpito duramente», si rammarica Eric Duruz, direttore dell’ADAEV (Association pour le Développement des Activités Economiques de la Vallée de Joux). Le fabbriche della regione hanno tempestivamente adottato misure di protezione per il personale, prima ancora che la Confederazione le rendesse obbligatorie, ma durante il lockdown la maggior parte di esse è stata costretta a chiudere per circa un mese e mezzo. Nella Vallée de Joux, anche dal punto di vista sanitario, la pandemia non è stata peraltro una semplice minaccia, ma ha provocato un numero di vittime superiore alla media. Le autorità ai diversi livelli hanno coordinato gli interventi nell’intento di garantire alla popolazione adeguata assistenza sanitaria anche nelle fasi più critiche del contagio. «Per la nostra economia e per l’assistenza sanitaria i frontalieri hanno un’importanza capitale», sottolinea Duruz. Di conseguenza è stato fondamentale che la frontiera con la Francia sia rimasta aperta per i lavoratori pendolari.

Malgrado la crisi sia lungi dall’essere del tutto superata, nella Vallée de Joux sta prendendo forma la speranza di evitare una situazione tragica come quella degli anni ‘70, quando più di un quarto degli abitanti furono costretti a lasciare la valle. «Da allora, abbiamo fatto il callo alle crisi e siamo molto più resilienti», ribadisce Duruz, dicendosi convinto che la regione uscirà addirittura rafforzata da questa prova «grazie alla capacità d’innovazione, alla solidarietà, a una buona dose di caparbietà e allo spirito battagliero della popolazione».

Un bilancio intermedio

Come si concluderà il 2020, l’anno segnato dal coronavirus? Quanto ci metterà l’economia a riprendersi? Già il 12 ottobre gli economisti della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) hanno fatto una previsione da considerarsi attendibile, calcolando per l’anno in corso un calo del prodotto interno lordo del 3,8 per cento. Si tratta di una stima nettamente più ottimistica rispetto a quelle primaverili che, nel peggiore degli scenari, non escludevano un crollo fino al 10 per cento. Tuttavia, ammesso che la previsione di ottobre si realizzi, le ripercussioni della pandemia resterebbero molto gravi: un calo del PIL del 3,8 per cento costituirebbe la più pesante recessione dai tempi della crisi petrolifera di metà degli anni ‘70.

Effetti dell’emergenza Covid-19 sull’economia delle regioni
Nel quadro del monitoraggio delle regioni, regiosuisse osserva lo sviluppo economico regionale e segnatamente le ripercussioni della crisi provocata dal coronavirus. I risultati delle ultime analisi sono pubblicati sulla pagina web regiosuisse.ch/crisi-del-corona  

La seconda ondata, intervenuta nel frattempo, ha scompigliato le carte. In questo momento fare un bilancio è difficile e ogni previsione è rapidamente superata dall’evolversi della situazione. A fine ottobre, al momento della chiusura di questo numero, quattro quinti delle imprese attive nel turismo si attendevano un ulteriore peggioramento nella stagione invernale che, notoriamente, è di gran lunga più importante della stagione estiva soprattutto per le destinazioni sciistiche. Secondo Martin Nydegger, direttore di Svizzera Turismo, il settore deve prepararsi ad affrontare una lunga traversata del deserto: «Per una ripresa completa bisognerà attendere il 2023 o il 2024». Il responsabile della promozione turistica nazionale teme una situazione particolarmente «pesante» per le città, mentre abbozza un quadro leggermente più ottimistico per le regioni tradizionalmente orientate agli sport invernali. Monika Bandi Tanner, co-responsabile del Centro di ricerca sul turismo presso il Centro per lo sviluppo economico regionale dell’Università di Berna, sottolinea che ora molto dipende da come evolverà la situazione sul fronte della pandemia e da quali misure e piani di protezione saranno adottati per le zone sciistiche. Attualmente, a causa dei numerosi elementi di incertezza, è dunque estremamente difficile prevedere come terminerà l’anno turistico 2020.

© regiosuisse

Lavoro a distanza e ritiro in montagna

Ad accrescere la vulnerabilità di molte regioni non è stato solo il fatto di essere fortemente centrate su settori economici particolarmente colpiti dalla crisi, come il turismo o l’industria orologiera. Anche la dimensione delle imprese, a prescindere dal settore di appartenenza, ha svolto un ruolo in questo senso. Secondo un’indagine condotta dall’UBS, durante il lockdown hanno dovuto sospendere l’attività un’azienda su cinque tra quelle con meno di dieci addetti, una su dieci tra quelle da 10 a 49 addetti e «solo» il 3 per cento delle grandi aziende. Le ripercussioni sono state quindi particolarmente negative in Cantoni come Appenzello Interno, Grigioni e Vallese, nei quali l’incidenza delle piccole e delle micro imprese risulta elevata. Sulla base di diversi altri indicatori, l’UBS è giunta alla conclusione che, in generale, i Cantoni di montagna hanno sofferto maggiormente la crisi e che necessiteranno tempi di ripresa più lunghi.

La pandemia ha confermato che le crisi accelerano e rafforzano le tendenze in atto. Analizzando gli effetti dell’introduzione del lavoro a distanza, avvenuta un po’ ovunque, uno studio dell’Università di Basilea è giunto alla conclusione che tale trasformazione ha avuto maggiori ripercussioni sull’economia rurale che sull’economia dei centri urbani. Lo studio non prende però in considerazione il fatto che, durante il lockdown, una parte dei lavoratori ha lasciato le città per ritirarsi in località montane. Le abitazioni di vacanza si sono trasformate rapidamente in luoghi di lavoro, anche se non è chiaro quante delle circa 500 000 residenze secondarie siano state effettivamente utilizzate a questo scopo durante la prima ondata di Covid-19. «Quest’estate la nostra regione è stata piuttosto animata, non da ultimo in ragione delle molte persone che l’hanno scelta per lavorare a distanza», sottolinea Rudolf Büchi, operatore dello sviluppo regionale nella Regiun Surselva. Un indizio della loro presenza è rappresentato dal forte aumento dell’utilizzazione della rete e dei minuti di conversazione telefonica nella regione. «In quest’ottica, un’eccellente infrastruttura in fatto di banda larga e abitazioni di vacanza gestite in modo imprenditoriale, combinate a un’offerta di spazi di coworking, come ad esempio presso il Rocks Resort di Laax, rappresentano eccellenti condizioni per il lavoro a distanza e costituiscono gli atout del distretto di Surselva», ribadisce Büchi.

© regiosuisse

Anche se, dopo il lockdown, la maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori a distanza sono tornati nei rispettivi luoghi di residenza in città, alcuni ci hanno preso gusto e si sono chiesti se il loro «rifugio» non possa diventare anche il loro luogo di lavoro abituale. Una riflessione perfettamente in linea con quella degli strateghi dello sviluppo, che vedono il futuro delle aree montane nell’economia residenziale, favorita da nuove forme di lavoro ibride e flessibili che consentono di coniugare vita privata e attività lavorativa lontano dai centri urbani (cfr. regioS 18).

In generale, gli attori NPR hanno dovuto imparare molto in poco tempo, ma l’organizzazione ha retto bene anche nei momenti più difficili.

La NPR in modalità di crisi

Come hanno reagito alla crisi provocata dal coronavirus i responsabili della NPR a livello regionale? Disponevano effettivamente di un margine di manovra? Stefan Schweizer mette in chiaro che il ruolo della NPR non è quello di mostrare un attivismo frenetico in situazioni straordinarie, gestendo interventi di crisi o addirittura aiuti di emergenza. Secondo il direttore della Conferenza regionale Oberland Ost, la politica regionale è orientata piuttosto al lungo periodo e il suo obiettivo è di accelerare e intensificare il cambiamento strutturale. Rudolf Büchi concorda: «Le nostre possibilità di intervenire direttamente per attutire gli effetti della crisi dovuta al coronavirus sono limitate». In effetti, nella maggior parte delle regioni svizzere si è rinunciato a lanciare progetti NPR volti a combattere la crisi.

Ciò non significa tuttavia che gli attori NPR siano rimasti con le mani in mano; anzi, al contrario: la regione Engiadina Bassa/Val Müstair, la Regiun Surselva nonché le regioni di Imboden e Viamala hanno ad esempio partecipato a un’iniziativa a livello cantonale che ha portato alla creazione di una piattaforma online per la commercializzazione dei prodotti regionali rimasti disponibili durante la crisi. «Questa piattaforma è stata e resta molto apprezzata. Stiamo ora valutando se è il caso di perennizzarla a prescindere dalla crisi in corso», spiega Martina Schlapbach, operatrice dello sviluppo regionale della Regiun Engiadina Bassa/Val Müstair. Piattaforme analoghe hanno visto la luce anche in molte altre regioni, come «mehr-uri.ch» nel Cantone di Uri, finanziata tramite la NPR, o «favj.ch/c19/» nella Valleé de Joux, per citare solo un paio di altri esempi.

Molte destinazioni turistiche – grazie in particolare all’aumento del budget di Svizzera Turismo – hanno lanciato in tempi brevi iniziative promozionali. Località e alberghi, che finora puntavano sui gruppi e sul turismo congressuale, si sono «riconvertite» al turismo individuale interno. Molti ristoratori hanno ampliato terrazze e plateatici, con le autorità che si sono mostrate decisamente più pragmatiche nel rilascio delle necessarie autorizzazioni, come sottolinea con soddisfazione Andreas Frey di Appenzellerland Tourismus AR. Sono state così rese possibili, ove necessario tramite supporti digitali, diverse prestazioni di servizi nel rispetto delle regole di distanziamento. In questa stessa ottica, a inizio maggio, il Cantone del Vallese e The Ark, una fondazione per la promozione economica, hanno lanciato l’iniziativa «Digitourism», alla quale hanno partecipato con le loro proposte una trentina di start-up. Una giuria ha selezionato in seguito otto progetti che sono stati realizzati con il sostegno di CimArk, l’antenna cantonale del RIS Svizzera occidentale (Sistemi regionali di innovazione). Il denominatore comune dei progetti è il rilancio del turismo vallesano con l’ausilio di soluzioni digitali. Un esempio: nel giro di poche settimane la start-up vallesana Guidos.bike ha sviluppato e lanciato sul mercato la guida turistica digitale e personalizzata «Guidos». Sostanzialmente si tratta di un GPS intelligente che viene montato sulla bici e accompagna l’utilizzatore lungo un itinerario personalizzato. Oltre cinquanta operatori outdoor, inclusa l’importante destinazione turistica di Verbier, hanno già adottato questo nuovo strumento.

La crisi quale opportunità

Nel mese di marzo, all’inizio del lockdown, i RIS hanno prontamente adeguato i loro programmi di coaching. Il RIS Mittelland ha attivato immediatamente un sito web sul quale sono state elencate le principali informazioni inerenti alle offerte di sostegno della Confederazione, del Cantone di Berna e di altre istituzioni. Nel giro di poco tempo, i RIS di tutte le altre regioni hanno seguito il suo esempio. I consulenti hanno convertito la loro offerta dal coaching dell’innovazione alla gestione di crisi. Hanno inoltre sostenuto alcune aziende, come ad esempio la Sensopro AG di Münsingen (BE), nei loro sforzi volti a sfruttare la crisi quale opportunità per ottimizzare i processi e realizzare progetti di trasformazione e innovazione. L’azienda, che da alcuni anni produce attrezzature per allenare la coordinazione senza carichi eccessivi sulle articolazioni, ha approfittato del periodo di tranquillità forzata dovuto alla crisi per sviluppare un nuovo prodotto che potrebbe essere lanciato sul mercato già quest’anno. Il progetto è stato portato avanti con il sostegno del coach RIS, Nicolas Perrenoud.

Durante la crisi, le prestazioni della NPR hanno aiutato molte aziende a superare la china. L’intervento decisivo, che ha consentito a molte di esse di evitare il peggio, è stato però quello del Consiglio federale, che ha predisposto uno speciale pacchetto di misure composto dalla concessione agevolata dell’indennità per lavoro ridotto, da indennità per perdita di guadagno e da crediti d’urgenza garantiti dalla Confederazione. Senza tale sostegno in molte regioni la situazione sarebbe decisamente più critica. In questo contesto, gli effetti delle misure NPR sono stati naturalmente solo complementari. Per alcuni promotori di progetti, tuttavia, la possibilità introdotta in tempi brevi di prorogare gli ammortamenti dei mutui NPR e di quelli assegnati in virtù della legge federale sull’aiuto agli investimenti nelle regioni montane (LIM), ha significato un aumento della liquidità e ridotto la pressione economica.

In considerazione delle molte persone che in questi tempi difficili non hanno lesinato energie a favore della NPR, è doveroso sottolineare come garantire semplicemente la continuità operativa dei progetti durante il lockdown sia stata una sfida enorme. Molti incontri, workshop e convegni si sono dovuti svolgere a distanza o sono stati annullati. Alcune iniziative sono state rinviate, dato che i canali digitali non si prestano a tutto. In generale, gli attori NPR hanno dovuto imparare molto in poco tempo, ma l’organizzazione ha retto bene anche nei momenti più difficili.

regiosuisse.ch/crisi-coronavirus-npr – mehr-uri.ch – favj.ch/c19/

Coronavirus, un acceleratore di innovazione

Auswirkungen der Corona-Krise auf Schweizer KMU, Sebastian Gurtner, Nadine Hietschold:BFH Wirtschaft, 2020 (in tedesco).

Editoriale

Fiona Spycher
Ufficio federale dello sviluppo territoriale (ARE)

Béla Filep
Segreteria di Stato dell’economia (SECO)

Mentre la redazione lavorava a questo numero, il mondo ha subito una profonda trasformazione che ha tra l’altro impresso un’accelerazione agli sforzi – finora timidi – per rendere più flessibili le forme di lavoro. Da un giorno all’altro, centinaia di migliaia di dipendenti e migliaia di aziende hanno dovuto introdurre il lavoro agile (telelavoro), un’esperienza che senza dubbio avrà ricadute molto utili per l’organizzazione futura del mondo professionale. Tuttavia, la nuova situazione ha anche mostrato che, accanto alle infrastrutture tecniche, le condizioni quadro sociali sono decisive per determinare se il lavoro agile, decentrato e flessibile, sia un’alternativa interessante al lavoro in azienda. Trovano quindi conferma le conclusioni alle quali sono giunti i ricercatori, i consulenti e gli attori dello sviluppo regionale: le regioni possono cogliere le opportunità offerte dal lavoro flessibile solo se si impegnano a migliorare l’attrattiva del territorio. Anche i partecipanti alla nostra tavola rotonda (vedi pag. 18) concordano sul fatto che, oltre a una buona offerta di base, sono molto importanti le iniziative culturali e servizi come gli asili nido o l’assistenza per gli anziani. Per attirare nuovi abitanti, bisogna inoltre creare possibilità di lavoro per i coniugi o i partner.

Con questo numero, anche «regioS» compie un ulteriore passo verso la digitalizzazione. Da subito i contenuti della rivista saranno infatti disponibili singolarmente online all’indirizzo regioS.ch oltre che in formato pdf. Questo faciliterà la ricerca dei contenuti e consentirà una maggiore diffusione. Buona lettura!

© regiosuisse

Brain gain anche in montagna – grazie ai new highlander

Pirmin Schilliger

Malgrado lo spopolamento costante, nelle regioni di montagna svizzera si osserva anche il fenomeno opposto, ossia l’arrivo di cervelli (brain gain). Generalmente, le persone che dalla pianura si trasferiscono in montagna – chiamati anche new highlander – hanno un buon livello di formazione. Oltre a vantare solide competenze professionali, sono spesso disposte a impegnarsi nel tessuto sociale del nuovo comune di residenza. Cyril Peter, ingegnere biochimico originario di Aquisgrana (Germania), lavora da 14 anni a Visp per il gruppo chimico e farmaceutico Lonza, dove ricopre una funzione dirigenziale. Nel comune in cui abita, Zeneggen (VS), Cyril è impegnato in diverse associazioni e uffici pubblici. Martin Bienerth e Maria Meyer, entrambi di origine tedesca, hanno salvato dalla chiusura il caseificio di Andeer (GR). Il loro grande impegno, la loro comprovata competenza e la loro vasta es-perienza hanno ridato slancio all’attività. Quest’estate Christina Fenk e Damian Gschwend, insegnanti di scuola secondaria nell’entroterra lucernese, si trasferiranno a Blitzingen (VS), nel distretto di Goms. Insegneranno nella scuola secondaria di Fiesch (VS). Thomas Lampert, fabbro d’arte e metalcostruttore originario di Basilea Campagna, ha ridato vita alla fucina di paese di Guarda (GR) e la sta trasformando per valorizzarla dal punto di vista turistico. Il progetto prevede una fucina dimostrativa, uno spazio espositivo, un centro visitatori e un ristorante.

Questi quattro esempi mostrano come nuovi abitanti possono portare preziose esperienze e nuove idee nelle regioni di montagna e generare impulsi economici. «L’arrivo di nuovi abitanti rinnova la popolazione e rafforza il capitale umano», afferma la geografa Rahel Meili, che nella sua tesi di dottorato ha studiato questo fenomeno. «È inoltre evidente che con un piccolo sforzo in più, il potenziale economico rappresentato dai new highlander potrebbe essere sfruttato an-cora meglio, ad esempio creando una rete o adottando misure di reclutamento mirate».

Tesi di Rahel Meili: regiosuisse.ch/PhDMeili

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«Serve un cambiamento culturale – nelle imprese e nella popolazione.»

Pirmin Schilliger & Urs Steiger

Quali opportunità si schiudono per le aree rurali e le regioni di montagna grazie alle nuove forme di lavoro flessibili? È il tema della videoconferenza alla quale hanno partecipato Rahel Meili, capoprogetto presso il Regions- und Wirtschaftszentrum Oberwallis AG, Peder Plaz, direttore del Wirtschaftsforum Graubünden e Daniel Studer, promotore e presidente della cooperativa che gestisce «Plattform Haslital».

L’importanza economica delle forme di lavoro flessibili è difficile da valutare, vista la mancanza di dati e di statistiche. Tuttavia, come ha sottolineato Peder Plaz, è indubbio che offrano alle regioni di montagna l’opportunità di attrarre nuovi abitanti, che possano trascorrere la propria vita lavorativa tra il luogo dove abitano e il centro urbano che ospita la sede dell’impresa.

La capacità delle regioni di sfruttare il potenziale offerto dal lavoro agile dipende da diversi fattori: per chi vuole davvero trasferirsi con la famiglia in aree di montagna, conta soprattutto la qualità della vita. Le aspettative sono una buona offerta di negozi e servizi, infrastrutture sociali come gli asili nido, opportunità di lavoro per entrambi i genitori e, non da ultimo, una vera cultura dell’accoglienza. I pensionati che decidono di trasferirsi stabilmente nella loro casa di vacanza considerano soprattutto l’aspetto fiscale. Per le persone che soggiornano temporaneamente in montagna e lavorano in coworking o da casa, l’offerta turistica – e a titolo complementare l’infrastruttura per il lavoro digitale – resta un fattore importante.

Insieme ai Comuni e alle aziende, gli operatori dello sviluppo regionale sono indubbiamente chiamati ad agire per cogliere la sfida della digitalizzazione. «Possiamo costruire le infrastrutture necessarie, ma senza un cambiamento culturale a livello economico i nostri sforzi resteranno vani», ha sottolineato Rahel Meili. Molto dipenderà probabilmente da come le forme di lavoro flessibili sapranno affermarsi dopo la situazione particolare legata alla crisi del coronavirus. I partecipanti alla discussione sono tuttavia concordi nell’affermare che il mondo del lavoro sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Le aree rurali e montane potranno trarne vantaggio solo se riusciranno a raggiungere i gruppi target con offerte specifiche in linea con i bisogni e le esigenze.

La versione integrale in tedesco o francese

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Forme di lavoro flessibili, un’opportunità per le aree rurali?

Pirmin Schilliger & Urs Steiger
Il mondo del lavoro sta subendo un profondo cambiamento strutturale nel quale le forme di lavoro flessibili assumono un’importanza crescente. Queste nuove forme di lavoro, meno strutturate gerarchicamente, offrono grande autonomia, non sono vincolate a orari fissi o una data ubicazione e possono quindi essere praticate in modo decentrato. Il lockdown imposto da metà marzo a causa del coronavirus ha dato slancio a queste nuove forme organizzative, schiudendo opportunità di sviluppo economico per le aree rurali e periferiche. Per poter cogliere le opportunità, queste aree devono però dotarsi di un’infrastruttura efficiente con spazi di coworking, smart working e reti di comunicazione veloci, ma non solo. Devono anche aumentare la loro attrattiva territoriale come spazio abitativo e vitale migliorando l’offerta di prestazioni e servizi.
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In Svizzera, molte aree rurali e periferiche crescono a un ritmo nettamente più lento di quelle urbane. Alcune sono confrontate da decenni alla perdita di posti di lavoro e allo spopolamento. Quest’erosione più o meno graduale può essere fermata. Ci sono riusciti soprattutto le grandi destinazioni turistiche alpine, i centri regionali delle maggiori valli alpine e le aree attorno alle sedi delle grandi aziende. In certi casi, si può invertire la spirale negativa migliorando i collegamenti di trasporto. Tuttavia, se è vero che una migliore accessibilità rende i comuni periferici più attrattivi come luogo di residenza per i pendolari, i lunghi tragitti casa-lavoro non sono una soluzione sostenibile a lungo termine.

Nei villaggi e nei comuni in cui l’emorragia non può essere fermata, l’offerta di servizi si assottiglia di pari passo: i servizi pubblici e privati (ufficio postale, scuola, negozi) non possono più essere gestiti in modo economicamente redditizio a causa delle dimensioni ristrette e della domanda limitata. Si innesca così una spirale negativa: mancando i servizi di base, diminuisce anche l’attrattiva come luogo di residenza. Se troppi abitanti lasciano il territorio, anche la vita sociale si ferma.

Questo circolo vizioso è noto ormai da decenni e rientra nelle tematiche centrali dello sviluppo regionale. Ciò non vuol dire che sia ormai una causa persa: grazie al sostegno fornito dalla Nuova politica regionale (NPR) vengono ad esempio lanciati regolarmente progetti e strategie di sviluppo per tentare di spezzare la dinamica.

Regioni di montagna, luoghi di vita e di lavoro (flessibile)

Di recente, le nuove forme di lavoro flessibile che si sono sviluppate sulla scia della digitalizzazione hanno fatto nascere nuove speranze negli attori dello sviluppo regionale e nei comuni interessati. Finora adottate soprattutto dalle grandi aziende dell’informatica e dei servizi localizzate nelle aree urbane, potrebbero diffondersi capillarmente ad altri comparti, aiutando anche le zone periferiche più colpite dal declino economico a ritrovare slancio. È quanto per lo meno sperano molti attori che operano nello sviluppo regionale a tutti i livelli. Sebbene non ci sia ancora la prova definitiva che questa ricetta dello sviluppo funzioni davvero, nelle scorse settimane e mesi la cultura del telelavoro (smart working) adottata da molte aziende a causa dell’emergenza coronavirus sembra aver innescato una nuova tendenza.

Poiché la digitalizzazione elimina gli ostacoli spaziali, temporali e materiali, la distanza tra le aree periferiche e i centri urbani non rappresenta più un problema. Grazie alle forme di lavoro flessibili, il mercato del lavoro decentrato può raggiungere anche gli angoli più remoti. Tutto appare improvvisamente molto semplice, almeno nei settori in cui si lavora soprattutto al computer. Vivere e lavorare nelle regioni di montagna diventa possibile. Ma per farlo servono reti digitali, contatti virtuali, possibilità di lavorare al proprio domicilio, spazi di coworking e piattaforme di produzione 3D.

1000 spazi di co-working

I numerosi spazi di coworking creati negli ultimi anni anche al di fuori dei centri urbani dimostrano che questo scenario è più di un pio desiderio. Secondo un’indagine condotta dalla Scuola universitaria professionale di Lucerna (HSLU), nelle aree rurali esistono già una cinquantina di spazi di questo tipo, che vengono utilizzati in modo flessibile da circa 2500 persone. Il numero può sembrare modesto, ma siamo ancora agli inizi.

Tra i promotori del coworking in Svizzera vi è la cooperativa VillageOffice, che ha già fornito supporto e consulenza per la creazione di quasi una quarantina di spazi di coworking nelle aree rurali, periferiche e alpine, otto dei quali nell’ambito di progetti NPR. Fabienne Stoll, responsabile della comunicazione di VillageOffice, si dice ottimista: «Oggi più di tre milioni di lavoratori potrebbero essere mobili, ma solo un milione usufruisce di questa opportunità e lavora occasionalmente da casa. Credo però che ci sarà una crescita importante, perché con la crisi coronavirus molte aziende e i loro collaboratori ne hanno capito i vantaggi». Stoll stima che a medio termine circa un terzo delle postazioni di lavoro tradizionali scomparirà ed è probabile che una parte significativa del lavoro venga svolta in comuni rurali o in regioni di montagna da postazioni esterne all’azienda usate temporaneamente. VillageOffice si prefigge di creare nei prossimi anni un migliaio di spazi di coworking nelle aree rurali di tutta la Svizzera, non da ultimo per motivi ecologici. Secondo i calcoli, questo potrebbe far risparmiare ogni anno 4,4 miliardi di chilometri ai pendolari e, di rimando, ridurre di decine di migliaia di tonnellate le emissioni di CO2.

Le previsioni del professor Timo Ohnmacht dell’HSLU sono un po’ più caute. Ohnmacht ha analizzato il fenomeno del coworking nell’ambito di uno studio finanziato dal Fondo nazionale per la ricerca scientifica (FNS). «Anche se ci sono storie di successo, gli spazi di coworking non offrono ancora benefici economici regionali misurabili», afferma. Secondo il professore, il «movimento» del coworking potrebbe presto allargarsi grazie agli spazi finanziati dagli enti pubblici, che fungendo da strumenti di sviluppo regionale innescano impulsi duraturi nelle aree rurali.

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Tutti gli spazi di coworking gestiti dalla comunità Voisins nell’agglomerato di Ginevra hanno un bar.

Devono anche aumentare la loro attrattiva territoriale come spazio abitativo e vitale migliorando l’offerta di prestazioni e servizi

L’attrattiva è maggiore dove i prezzi sono più accessibili

Gli spazi di coworking sono una specie di «punta di diamante» del lavoro flessibile nelle aree rurali. Tuttavia, in ottica economica conta di più il numero crescente di «pendolari part-time» che lavorano sempre più spesso e per periodi più lunghi da casa. L’attuale situazione del mercato immobiliare favorisce lo sviluppo di questa forma di organizzazione del lavoro. In un recente studio sul mercato immobiliare svizzero1, i ricercatori di Credit Suisse hanno esaminato la correlazione tra flussi pendolari e scelta del luogo di residenza e hanno individuato una tendenza a un trasferimento del luogo di residenza verso le aree rurali. Fredy Hasenmaile, responsabile Analisi immobiliare presso Credit Suisse, spiega: «Sempre più persone cercano casa dove è più conveniente piuttosto che nel luogo dove lavorano. Una volta trovata, tendono a restarci. Il luogo di residenza diventa una costante in uno stile di vita caratterizzato da cambiamenti di impiego sempre più frequenti e da un ambiente di lavoro in continua evoluzione». Secondo lo studio di Credit Suisse, se nella città di Zurigo un appartamento medio di 4,5 locali e 110 m2 costa più di 1,5 milioni di franchi, il prezzo scende a meno della metà in località che distano un’ora di treno.

Non c’è da stupirsi se sempre meno persone sono disposte a pagare prezzi elevati per un appartamento in città e preferirebbero vivere vicino alla natura, a condizione che ciò sia compatibile con la loro attività lavorativa. La situazione del mercato induce un numero crescente di pendolari (che rappresentano nove lavoratori su dieci in Svizzera) a trasferirsi in periferia. Secondo gli autori dello studio di Credit Suisse, questo favorirà ulteriormente lo sviluppo delle nuove forme di lavoro nelle aree rurali. Anche un’inchiesta condotta da gfs-zürich per conto della SECO2 giunge a conclusioni analoghe. A dimostrare il maggiore interesse per le nuove forme di lavoro sono i pendolari con un tragitto casa-lavoro di un’ora o più. Si tratta di un gruppo che è cresciuto molto negli ultimi mesi e che oggi rappresenta il 20 per cento dei pendolari. Quasi tutti i pendolari vorrebbero poter lavorare da casa per un giorno o più alla settimana.

Infrastrutture necessarie

Accanto ai nuovi bisogni abitativi, il potenziale di sviluppo delle forme di lavoro flessibili per le aree rurali e periferiche è indiscutibilmente grande. Per poterlo sfruttare, occorre prima di tutto assicurarsi che le aree interessate siano dotate delle necessarie infrastrutture.

  • Immobili: la disponibilità di immobili rappresenta probabilmente la sfida minore. Secondo VillageOffice, la domanda e l’offerta, ad esempio per gli spazi di coworking, sono attualmente in equilibrio. Inoltre, soprattutto nelle aree rurali vi sono edifici vuoti che possono essere convertiti e equipaggiati rapidamente a costi relativamente bassi. Senza dimenticare i molti lavoratori che si sono organizzati e hanno allestito una postazione di lavoro a casa.
  • Reti di telecomunicazione: rispetto ai Paesi limitrofi, la Svizzera dispone già di una rete relativamente buona di connessioni Internet ad alte prestazioni. Tuttavia, in molte località il divario infrastrutturale tra città e campagna si sta allargando3. Considerata la flessibilità delle forme di lavoro, l’esigenza di un accesso ottimale alla rete in tutte le regioni della Svizzera è comprensibile. Le opzioni per garantire alle regioni periferiche e ai centri turistici alpini connessioni di qualità analoga a quella dei centri urbani non mancano. Con il suo piano di promozione della banda ultra larga, il Cantone dei Grigioni sta ad esempio portando avanti il potenziamento dell’autostrada dei dati. La NPR cofinanzia il lavoro di concettualizzazione nell’ambito di progetti di sviluppo. Anche la tecnologia di telefonia mobile 5G rappresenta un’opportunità per le aree rurali e di montagna, anche se attualmente in molte località il suo potenziamento è bloccato da opposizioni e da questioni politiche.
  • Mobilità: la maggior parte dei nuovi lavoratori «agili» rimane pendolare a tempo parziale. Questi lavoratori vogliono poter essere liberi di suddividere il loro orario di lavoro tra casa/spazio di coworking e azienda (generalmente basata in un centro urbano). Questo presuppone una buona rete di viaria e di trasporto. Negli scorsi anni diversi progetti, la cui fase pianificatoria e concettuale è stata sostenuta anche nell’ambito della NPR, hanno contribuito a colmare le lacune su questo fronte. I progetti sviluppati e promossi nell’ambito di Interreg sono serviti soprattutto a migliorare il trasporto pubblico transfrontaliero nelle regioni di Basilea, Ginevra, Giura e Ticino. Inoltre, sono stati effettuati test pilota sull’uso intelligente di diversi mezzi di trasporto, comprese nuove forme di mobilità condivisa. Tuttavia, secondo i promotori dello sviluppo regionale questo non basta. Uno degli obiettivi della cooperativa VillageOffice è di provvedere affinché ogni persona in Svizzera possa raggiungere lo spazio di coworking più vicino entro 15 minuti in bicicletta o con i mezzi pubblici. Secondo Peder Plaz, direttore del Wirtschaftsforum Graubünden, la soluzione più efficace per permettere alle nuove forme di lavoro di affermarsi anche nelle zone rurali e di garantire l’occupazione decentrata del territorio, è probabilmente quello di fare in modo che in tutta la Svizzera le distanze per la mobilità pendolare siano ragionevoli.

Gestione e messa in rete degli spazi di co-working

Reto Bürgin, dottorando in geografia economica all’Università di Berna, ha studiato la nuova multilocalità digitale in relazione agli spazi di coworking nelle regioni alpine svizzere ricorrendo tra l’altro al geotracking. Secondo il ricercatore, gli spazi di lavoro condivisi, da soli, nella migliore delle ipotesi, contribuiscono a ridurre il traffico pendolare. Tuttavia, affinché possano fungere da motori di sviluppo e rivitalizzare una comunità sul piano sociale ed economico, occorre di più: questo fenomeno, ancora nuovo, dev’essere ancora interiorizzato e gli spazi devono essere gestiti in modo intensivo. Una buona offerta di spazi di lavoro con un’infrastruttura ottimale è quindi solo un punto di partenza. Affinché il potenziale di sviluppo delle aree rurali e periferiche possa dispiegarsi pienamente, è necessario che i lavoratori «agili» facciano rete e formino una comunità all’interno della quale possono sviluppare nuove idee, discutere dei loro problemi, creare nuovi progetti e, eventualmente, collaborare nell’ambito di nuove cooperazioni. «Lo scambio reciproco si traduce spesso in progetti innovativi, nuovi prodotti, servizi e modelli di business, fino a processi di ricerca e sviluppo al di fuori delle istituzioni tradizionali», spiega il professor Timo Ohnmacht (HSLU).

I gestori degli spazi di coworking possono fornire impulsi decisivi per creare una comunità. Secondo Ohnmacht l’esigenza di incontri comunitari informali, presentazioni introduttive, eventi di networking con imprenditori, seminari e eventi pubblici è effettiva. Gli spazi di coworking gestiti in modo diversificato possono diventare un interessante microcluster per la promozione della piazza economica locale. Questo è l’approccio che segue anche la NPR, come dimostra la dozzina di progetti sostenuti, tra cui il «Macherzentrum Lichtensteig SG» , lo spazio coworking Steckborn TG, il Mountain co-working Mia Engiadina a Scuol GR (vedi «regioS 14»), la piattaforma Haslital BE, la Working Station St-Imier BE e il progetto Interreg «GE-NetWork». Questi microcluster innescano effetti a monte e a valle: chi lavora da casa o da uno spazio di coworking contribuisce a rivitalizzare i villaggi e utilizza l’offerta di servizi locale – dai ristoranti ai negozi al dettaglio, dall’ufficio postale al parrucchiere, dalle strutture per il tempo libero ai piccoli artigiani. Questo, a sua volta, crea valore aggiunto a livello locale e contribuisce alla creazione di nuovi posti di lavoro.

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Spazi di coworking, alveo dello sviluppo dei villaggi

Jana Z’Rotz, economista presso dell’Istituto di economia aziendale e regionale dell’HSLU, si spinge oltre. Poiché dagli studi condotti emerge che nelle zone rurali è più difficile gestire spazi di coworking puramente orientati al lavoro, invita a creare spazi multifunzionali che forniscano anche servizi culturali, comunitari e sociali. Auspica luoghi utilizzati da persone di diverse generazioni e afferma che questi spazi dovrebbero servire tra l’altro anche da punto di incontro, atelier aperto al pubblico, sportello sociale e centro di consulenza con caffè e asilo nido. In breve, devono diventare l’alveo da cui si sviluppa la vita comunitaria.

La NPR può fornire esempi positivi in questo senso: il progetto Swiss Escape «co-Living/Co-Working Grimentz VS», il progetto di sviluppo partecipativo del villaggio Saint-Martin VS e la casa multigenerazionale «Generationehuus Schwarzenburg BE». Quest’ultimo progetto si trova in fase iniziale e, data la sua spiccata multifunzionalità, potrà fungere da modello per tutta la Svizzera. Il progetto prevede uno spazio di coworking con un atelier, due appartamenti per la condivisione multigenerazionale, un asilo nido, un ristorante e spazi per offerte di istituzioni sociali, consulenza in ambito sanitario e l’organizzazione di eventi. La Confederazione e il Cantone di Berna hanno sostenuto la progettazione con un contributo di 140 000 franchi nell’ambito della NPR. Nel frattempo, l’organizzazione promotrice, una società anonima senza scopo di lucro, ha raccolto 3,5 milioni di franchi (in gran parte donazioni private) per la realizzazione. La casa multigenerazionale, che sorgerà in una villa al centro del villaggio ristrutturata con grande attenzione e cura, sta diventando realtà. «Per ora l’offerta di spazi è limitata. Saremo pienamente operativi solo dopo che avremo realizzato e ci saremo trasferiti nella nuova ala prevista dal progetto», spiega la responsabile Linda Zwahlen Riesen.

Un fattore economico sottovalutato

È indubbio che il mondo del lavoro 4.0 aumenta il potenziale delle aree rurali e periferiche come spazio economico e abitativo. Di pari passo crescono le opportunità di migliorare l’offerta di servizi e mantenere il valore aggiunto generato sul posto. Finora, però, sono ancora pochi i comuni che hanno sfruttato queste opportunità in modo mirato. «Si impone con urgenza un’ampia discussione su come, nelle aree periferiche, la politica regionale possa prendere maggiormente in considerazione progetti volti a rafforzare l’attrattiva abitativa per combinare meglio le esigenze abitative e quelle lavorative», spiega Peder Plaz. «Serve un cambiamento di paradigma nella promozione della piazza economica e nella NPR dato che oggi ci si focalizza troppo sulla creazione di posti di lavoro sottovalutando l’importanza dell’attrattiva abitativa come fattore motivazionale ed economico».

Nei suoi studi sull’economia residenziale presenziale4 Olivier Crevoisier, professore di sociologia all’Università di Neuchâtel, fornisce importanti spunti di riflessione sull’orientamento da dare allo sviluppo. I risultati delle sue ricerche suggeriscono che la promozione di progetti NPR dovrebbe tenere maggiormente conto da un lato dell’attrattiva del luogo di residenza come fattore economico e motivazionale, dall’altro dei cicli economici locali. Quest’aspetto si riflette anche nelle misure pilota della NPR per le regioni di montagna 2020–20305, con le quali verranno sperimentati nuovi approcci per sostenere lo sviluppo economico delle regioni di montagna. Le esperienze raccolte serviranno a sviluppare la NPR a partire dal 2024.

regiosuisse.ch/npr-it – villageoffice.ch – generationehuus.ch – swissescape.co

1 Ciclo non concluso – ennesimo prolungamento per il mercato immobiliare svizzero

2 Inchiesta di gfs-zürich commissionata dalla SECO

3 Atlante della banda larga, Ufficio federale delle comunicazioni (UFCOM)

4 Crevoisier O., Segessemann A.: L’économie résidentielle en Suisse: identification et mise en perspective

5 Sviluppo economico delle regioni di montagna: strumenti e misure della Confederazione. Rapporto del Consiglio federale in adempimento del postulato 15.3228 Brand del 19 marzo 2015 (versione abbreviata)

Lichtensteig, un centro per l’imprenditoria

Lukas Denzler

Lichtensteig (SG) nel Toggenburgo è una piccola cittadina medievale con un passato che potrebbe quasi definirsi glorioso ma un presente difficile. L’industria tessile, un tempo pilastro dell’economia della valle, ha da tempo chiuso i battenti. La regione si sta spopolando. Le autorità locali hanno riconosciuto il problema e il rischio di cadere in una spirale negativa e insieme al centro di consulenza e competenza «Netzwerk Altstadt» di EspaceSuisse hanno analizzato della situazione. Su tale base, nel 2013 il Consiglio comunale ha elaborato di concerto con la popolazione la strategia «Mini.Stadt 2025», dalla quale è nato tra l’altro lo spazio di co-working Macherzentrum Toggenburg. Quest’offerta, che si trova nei locali dell’ex ufficio postale, si sta trasformando in una piattaforma per giovani imprenditori e lavoratori indipendenti della regione. Il co-fondatore Tobias Kobelt intende intensificare la collaborazione con le aziende, ad esempio proponendo loro di «sponsorizzare» postazioni di lavoro nello spazio di coworking e di metterle a disposizione giornalmente dei dipendenti.

A Lichtensteig il motto è «lokal starten – regional entwickeln» («partire locale – sviluppare regionale»). L’esempio del Macherzentrum Toggenburg sta facendo scuola, tanto che nella regione stanno nascendo offerte simili. Nell’ambito del label «Ort für Macher*innen» che può applicarsi a tutta una serie di attività, la Nuova politica regionale (NPR) sosterrà da quest’estate un progetto che si focalizza sulla carenza di manodopera anche qualificata e analizza i bisogni e le possibilità in workshop destinati alle aziende. Un altro progetto NPR si occupa dello sviluppo delle aree, in particolare per la riqualificazione e il riutilizzo delle fabbriche rimaste vuote. È inoltre in fase di progettazione un laboratorio artigianale e creativo che completerà lo spazio di coworking. Le iniziative locali, innescate principalmente dalla strategia comunale, stanno decollando e assumono sempre più risonanza regionale.

regiosuisse.ch/npr-it – lichtensteig.ch/ministadt2025 – macherzentrum.ch – espacesuisse.ch

La versione integrale in tedesco o francese

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Meno traffico pendolare grazie al coworking

Raphaël Chabloz

Creare dai 150 ai 200 spazi di coworking entro il 2025 nell’agglomerato franco-svizzero di Grand Genève e proporre 7000 postazioni di lavoro per circa 35 000 utenti: questo era l’obiettivo dichiarato del progetto «GE-NetWork», avviato nel quadro di un progetto Interreg volto a sviluppare il telelavoro e il coworking nell’area di Ginevra. Gli spazi di lavoro condiviso, passati da una ventina nel 2014 a una cinquantina nel 2018, si concentrano principalmente sul territorio svizzero e nelle zone centrali dell’agglomerato. Gli studi realizzati durante la prima fase del progetto mostrano che la creazione della rete franco-svizzera ha permesso di ridurre del 6% il traffico nell’agglomerato, per un totale di circa 12 milioni di spostamenti in meno l’anno. Il progetto mira inoltre a dinamizzare le regioni periferiche.

Se gli startupper sono già abituati al lavoro agile, le grandi aziende sono ancora restie ad adottarlo. Un obiettivo prioritario del progetto è proprio quello di evidenziare i vantaggi di queste nuove forme di lavoroe di accompagnare le aziende nel processo di trasformazione.

Vi sono diverse soluzioni per promuovere nuovi spazi di coworking nei comuni periferici, ad esempio partenariati pubblico-privato oppure modelli che offrono anche altri servizi.

Dal canto loro, gli enti pubblici dispongono di varie possibilità d’azione: possono motivare le grandi aziende ad assumere un ruolo di esempio e a lanciare progetti pilota, possono mettere a disposizione gli spazi necessari e infine possono investire per ridurre il rischio imprenditoriale mantenendo come obiettivo a lungo termine il raggiungimento dell’autonomia finanziaria.

interreg.ch – teletravail-geneve.com –  «GE-NetWork» nella banca dati dei progetti di regiosuisse.ch

La versione integrale in tedesco è consultabile qui.

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«Plattform Haslital», molto più di uno spazio di coworking

Pirmin Schilliger

«Plattform Haslital» è uno spazio di co-working lanciato da un team di otto persone, che per realizzarlo hanno fondato un’associazione. Lo spazio di lavoro condiviso è stato inaugurato il 30 marzo 2019 a Meiringen, dopo una fase di preparazione e test durata circa un anno e mezzo e finanziata con fondi della Nuova politica regionale (NPR). L’offerta di lavoro agile, che propone anche eventi aperti al pubblico, ha riscontrato subito successo. Nei prossimi anni punta a diventare una piattaforma per l’innovazione e un luogo di incontro culturale e sociale nella regione.

David Risi vive a Zurigo. La prossima estate avrebbe dovuto lasciare la città sulla Limmat per trasferirsi stabilmente con tutta la famiglia a Meiringen (BE), dove possiede una casa di vacanza. Alla decisione di trasferirsi nell’Oberland bernese ha contribuito anche la presenza a Meiringen dello spazio di co-working «Plattform Haslital». Lo scoppio della pandemia di coronavirus, però, ha scompigliato le carte: in seguito al lockdown introdotto a metà marzo la famiglia Risi ha deciso di anticipare la partenza e di trasferirsi nell’Oberland prima dell’estate, anche se per ora solo in via provvisoria. Nelle prime settimane dopo il trasferimento David ha trascorso più di quattro quinti del suo tempo di lavoro nello spazio di co-working, recandosi solo sporadicamente al suo posto di lavoro «ufficiale», la Stadtgärtnerei Luzern, dove lavora come ingegnere ambientale. In futuro David vorrebbe lavorare il più possibile nella «Plattform Haslital». Per lui è diventata più di un luogo in cui lavorare: «è uno spazio in cui si allacciano contatti con persone interessanti, un luogo di ispirazione dove sbocciano nuove idee».

Docking station

Barbara Willener abita a Guttannen, nell’Oberland bernese. «Plattform Haslital» è uno degli spazi di lavoro in cui svolge la sua attività di co-direttrice di Qualifutura (cfr. regioS 10, pag. 27), un’istituzione che promuove l’integrazione sociale e professionale dei giovani in tutto il Cantone di Berna. Barbara, che si sposta spesso tra Bienne, Berna, Interlaken e Meiringen, fa parte del gruppo di gestione della «Plattform Haslital» e utilizza lo spazio di coworking per organizzare sessioni di coaching e riunioni. Lo spazio di lavoro condiviso le permette di risparmiare tempo e chilometri.

I locali, che prima ospitavano uno studio di architettura, sono ora destinati principalmente al coworking, con dieci postazioni di lavoro che possono essere affittate alla giornata. La dotazione infrastrutturale moderna permette a chiunque di collegarsi con il proprio laptop a Internet e a vari dispositivi informatici (stampante, scanner, schermo, tastiera ecc.) al prezzo di 25 franchi al giorno o di 300 franchi al mese. Lo spazio offre anche un angolo caffè, una sala riunioni, una vetrina per esposizioni temporanee e una boutique di scambio. «Da noi si possono prenotare postazioni di lavoro, sale riunioni o uno spazio per eventi, ma si può anche venire solo per prendere un caffè e leggere il giornale» spiega Daniel Studer, che lavora come capoprogetto presso la IC Infraconsult di Berna. Daniel, di professione geografo, utilizza l’offerta di coworking da due a tre giorni alla settimana per risparmiarsi le due ore di trasferta fino al posto di lavoro.

Daniel Studer (sinistra) e Urs Zuberbühler espongono una pubblicità per un’unità abitativa energeticamente autosufficiente nella vetrina di «Plattform Haslital». © regiosuisse

Luogo di lavoro e di incontro della vita pubblica

Daniel Studer è convinto che per i circa 190 pendolari a lunga distanza che risiedono a Meiringen il coworking sia un’alternativa interessante. Del resto, lo si incontra spesso nei locali della «Plattform Haslital», poiché presiede la cooperativa che gestisce lo spazio. La sua presenza è richiesta anche per i numerosi eventi organizzati. Lo spazio di coworking viene utilizzato principalmente da lavoratori indipendenti, ma anche da collaboratori di start-up, di aziende già affermate o dell’amministrazione pubblica. L’idea è di svilupparlo ulteriormente per farlo diventare una «cellula» di innovazione e un luogo di incontro culturale e sociale per l’intera regione. Nel primo anno di attività sono stati organizzati un concerto, una presentazione di un libro e vari workshop. «Plattform Haslital» ha inoltre partecipato alla festa locale di paese e alla quinta edizione della Work Smart Week, la settimana nazionale dedicata alle nuove modalità di lavoro. I locali hanno poi ospitato il seminario di formazione di un’azienda informatica bernese e il primo Repair Café Haslital, organizzato nel mese di ottobre 2019, che ha riscosso grande successo. Daniel Studer, che è anche consigliere comunale, spiega che la cooperativa che promuove «Plattform Haslital» cerca di portare un po’ di spirito urbano in questa regione alpina con la dovuta moderazione, chiedendosi sempre cosa è davvero necessario affinché la regione continui a offrire un’elevata qualità come luogo di vita, residenza e lavoro.

Piattaforma bottom-up e messa in rete

Attorno a «Plattform Haslital» è nato un biotopo innovativo e diversificato. La start-up innovenergy, che sviluppa e produce batterie di accumulazione al sale, ha deciso di trasferirsi con i suoi tre collaboratori nello stesso edificio. Ad appoggiarsi a «Plattform Haslital» è anche la Guggers Garden Greens, una start-up che produce aiuole rialzate con varietà rare di fiori e ortaggi. «Plattform Haslital» collabora poi a un progetto per la produzione casearia sostenibile dal punto di vista energetico e ha allestito uno spazio espositivo e sperimentale stagionale per piante d’ufficio. Infine, dal partenariato con Swiss Alps Jungfrau Aletsch (SAJA) potrebbe presto nascere una piattaforma di informazione sul sito UNESCO.

Max Ursin, direttore della start-up Innovenergy, utilizza la «Plattform Haslital» di Meiringen. © regiosuisse

«Siamo un classico movimento bottom-up» spiega Daniel Studer. I sostenitori, partner o sponsor della cooperativa che promuove «Plattform Haslital» sono la conferenza regionale Oberland Ost, il sito UNESCO Swiss Alps Jungfrau Aletsch, aziende e imprese artigianali della regione, l’Università di Berna, l’Ufficio dell’economia del Cantone di Berna, il servizio per il marketing territoriale e lo sviluppo regionale Haslital Brienz e i cinque comuni della regione Haslital. La NPR ha sostenuto il progetto con un finanziamento iniziale di 93 000 franchi. Ora l’obiettivo è di raggiungere al più presto l’equilibrio finanziario, sottolinea Studer. E aggiunge fiducioso che attualmente, oltre alla dozzina di abbonati che utilizzano regolarmente lo spazio di coworking, vi sono anche parecchi utenti giornalieri, molti di più di quanto previsto al momento dell’inaugurazione. L’offerta è sempre più gettonata.

regiosuisse.ch/npr-it – plattformhaslital.ch – «Plattform Haslital» nella banca dati dei progetti di regiosuisse.ch

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